venerdì 2 settembre 2011

Fair play e recessione: niente botti


GASPORT (M. IARIA) - Ricchi scemi, più o meno consapevolmente, non lo siamo più. Non possiamo esserlo perché i petrodollari e i gasdollari sono altrove, perché i mecenati di una volta scontano anch'essi gli effetti della crisi, perché il fair play finanziariodell'Uefa è già adesso (anche se altrove non se ne curano).
E allora ci siamo trasformati in abili venditori, come in un suk qualsiasi. In questa campagna estiva nessuno in Europa ha incassato di più dalle cessioni, riscatti compresi: 442 milioni per la Serie A, lontanissime le altre leghe (341 per la Premier, 290 per la Liga). È vero, le operazioni in entrata — almeno dal punto di vista quantitativo — sono state tanta roba: le venti società del campionato italiano hanno movimentato 501 milioni, solo quelle inglesi si sono spinte oltre, arrivando a 558. Tuttavia, il saldo fra entrate e uscite è negativo di «soli» 59 milioni, in miglioramento rispetto al -72 dell'estate passata. Insomma, sul mercato l'Italia del pallone ha trovato la quadra.
Cambiali scadute - Vi ricordate i «pagherò» di un anno fa? La campagna trasferimenti del 2010 aveva introdotto l'ultima moda contabile, quella dei prestiti con diritto-obbligo di riscatto: da Ibrahimovic a Cavani, da Quagliarella a Borriello. Quelle cambiali sono scadute e hanno intaccato i budget dell'estate. Acrobazie per non appesantire troppo i bilanci e per far fronte alla crisi di liquidità. E il giochetto si è ripetuto: basti pensare a Zarate. La formula del prestito oneroso (2,7 milioni) con opzione di riscatto (15,5) è la fotografia del nuovo corso interista. Per la verità, Moratti l'ha varato da un bel po', preoccupato dalla stretta imposta da Platini. Metteteci pure il secondo trimestre poco gratificante della Saras e il quadro è completo.
Austerity - Abituata a deficit annuali tra i 150 e i 200 milioni, nel 2010 l'Inter ha chiuso l'esercizio a -69 grazie alla plusvalenza di Ibra. Poi c'è stata la cessione di Balotelli (22 milioni di profitto), ed eccoci ad oggi: l'addio di Eto'o, con una decina di milioni di plusvalenza e lo stipendio monstre risparmiato, produrrà effetti molto positivi nell'esercizio 2011-12, il primo a essere sottoposto ai controlli del fair play finanziario. Il Milan — coi rubinetti chiusi dalla Fininvest, stanca di staccare assegni a copertura perdite e zavorrata dal risarcimento per il lodo Mondadori — prosegue con la politica dei parametri-zero. D'altronde, la società rossonera ha chiuso il bilancio dello scorso dicembre con una perdita di 70 milioni e il costo del lavoro che s'è mangiato l'85% del fatturato. Impossibile continuare così. E Galliani si è adattato. Anche perché, dopo il prestito gratuito di una stagione, il Milan ha dovuto iniziare a pagare il cartellino di Ibrahimovic (24 milioni) al Barcellona.
Rischi - In controtendenza la Juventus, che ha investito 87 milioni tra riscatti e nuove acquisizioni: in Europa solo gli sceicchi sono stati più spendaccioni. La spiegazione c'è. L'aumento di capitale dell'autunno garantirà un'iniezione di 120 milioni: un po' per ripianare il rosso di bilancio, un po' per il mercato. Per rincorrere l'eldorado della Champions i bianconeri hanno allargato i cordoni della borsa. Come la Roma, che presenta un saldo negativo di 40 milioni. Un rischiatutto che vale la sopravvivenza nel grande calcio.

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