mercoledì 10 agosto 2011

Conte: "Farò grande la mia Juve"


CORSPORT - Antonio Conte, domani tornerà a Villar Pe­rosa... «Sento già l’emozione, sarà un salto indietro negli anni. Ricordo l’Avvocato che arrivava in elicottero e noi, con Trapattoni, che saliva­mo a trovarlo in villa; ricordo la sua compe­tenza e la sua ironia, il suo amore per il cal­cio e per la Juve. Villar Perosa, per la gente bianconera, non è un paese, ma un pezzo di storia».

Il luogo ideale per annodare passato e futu­ro: i tifosi, stanchi di amarezze, chiedono di tornare a vincere. E si fidano di lei...

«Non c’è un minuto delle mie giornate in cui non pensi a come ricambiare tanto affetto. Sapevo di essere nel loro cuore, eppure sono riusciti lo stesso a stupirmi: l’accoglienza che mi hanno riservato è motivo di responsabili­tà e non solo d’orgoglio».
Disse Giampiero Boniperti: “Alla Juve vin­cere non è importante, è l’unica cosa che conta” «E’ uno slogan che mi appartiene, adatto al mio carattere: odio perdere, anche se si trat­ta di sfide banali o giocose. Al massimo (sor­ride) posso concedere che la mia bambina mi batta a carte. Però la vittoria non s’inventa mai: presuppone un progetto, spirito di sa­crificio, uomini giusti».

E’ un ritratto bianconero?
«Il progetto è davvero intrigante: sappiamo che in ogni fase di costruzione s’incontrano difficoltà, ma sappiamo pure che determina­zione e voglia possono annullarle, aiutando­ci a tornare competitivi».
Il gruppo?
«Sono soddisfattissimo. Lo dico con convin­zione, dopo poco più di un mese di lavoro in­tenso in cui abbiamo imparato a conoscerci sul piano calcistico e umano».
Il suo sogno prende forma...
«Credo che qualsiasi allenatore aspiri a gui­dare una grande squadra e io ho pensato al­la Juve sin dal primo giorno in panchina. Un sogno, certo, però legittimato dai sacrifici e dal lavoro».
Quando ha capito di avercela fatta?
«Nel momento in cui i dirigenti hanno svela­to idee e programmi: collimavano con i miei, era la volta buona...».
Ricorda la prima telefonata da Torino?

(sorride ancora) «Ricordo le successive, più importanti: significavano che s’era andati ol­tre i sondaggi».
Quali squadre vede favorite per lo scudetto?
«Milan e Inter hanno grandi chance e l’han­no confermato a Pechino. Dietro vedo il Na­poli che lavora da un anno e mezzo con lo stesso tecnico, ha una sua identità e ha inne­stato giocatori specifici. Bene anche la Lazio. Noi, però, non dobbiamo guardare gli altri. Dobbiamo preoccuparci di avere sempre la bava alla bocca, di sentire una fame tale da non riuscire a dormire se dovesse arrivare una sconfitta, dobbiamo convivere in ogni istante con la voglia di rivalsa: se questo sa­rà il nostro atteggiamento, saremo sulla buo­na strada per colmare il gap».
E tornare a vincere...
«Dobbiamo crederci sempre: non possiamo contentarci di obiettivi minimi. Detto questo, è giusto essere realisti e ricordare che stiamo tirando su, mattone su mattone, una casa che duri nel tempo. Siamo alle fondamenta, un po’ di pazienza è necessaria».
Tra le favorite, non ha citato la Roma: diffi­denza verso la troppa gioventù?

«Al contrario, seguo il progetto giallorosso con ammirazione: allenatore giovane e mol­te novità, direi che ci sono anche delle simi­litudini con noi. E a chi ritiene azzardate cer­te scelte, ricordo che alla fine è il campo a parlare. Vale per la Roma, per la Juve, per tutti».
A proposito di novità: vuol raccontarci la sto­ria del 4-2-4?

«Nel 2006-2007, quando fui richiamato dal­l’Arezzo, ereditai una squadra lontanissima dai play-out: addirittura, 13-14 punti di di­stacco. Sperimentai allora, per la prima vol­ta, il modulo con due esterni alti, Bondi e Cro­ce, e due attaccanti, Floro Flores e Martinet­ti: vennero fuori una rimonta staordinaria, sfumata all’ultimo respiro, e un calcio bello, intraprendente, gratificante. Ma i numeri so­no relativi: si parla di 4-2-4 e va benissimo, ma per me è un 4-4-2 con gli esterni alti».
Un modulo che riassume comunque la sua filosofia calcistica...

«Il mio gioco è sempre propositivo, non amo i lanci lunghi ma l’azione che si sviluppa da dietro. Ed è inevitabile che in fase offensiva, per gli avversari, sfidare quattro attaccanti diventi difficile. Devo dire però che se non ho più abbandonato questo modulo, è anche per­ché ho trovato calciatori pronti a sposarlo».
I campioni della Juve sono rimasti stregati: dopo pochi giorni di lavoro a Bardonecchia, tutti ne parlavano già con entusiasmo...

«Ho trovato un gruppo disponibilissimo. Io parto dal presupposto che i calciatori ci dia­no due-tre settimane di tempo e ci “pesino”: dobbiamo essere bravi a creare la voglia di seguirci».
Lei è stato bravissimo...
«Sono stato facilitato dalle brutte stagioni precedenti, dai due settimi posti di fila: in si­tuazioni simili, è più semplice aprirsi alle no­vità per cercare di invertire rotta».
Ma non è più dura convincere campionissi­mi a Torino, piuttosto che buoni giocatori a Bari o Siena?

«Ritengo che gli spogliatoi siano tutti uguali: devi essere tu a farti capire, a mostrarti cor­retto e coerente. E i campionissimi non sono tali solo per qualità espresse in campo, ma anche per educazione e rispetto».
Il suo segreto nel rapporto con i calciatori?
«Cerco di non fare quello che a me, quan­do giocavo, dava fastidio. E cerco di essere sempre chiaro e leale: meglio una brutta verità che una bella bugia, la prima può creare grane ma alla lunga paga, la secon­da può essere comoda nell’immediato ma con il passare del tempo si rivela un boome­rang ».
Tattica e gestione del gruppo a parte, lei a Bari e Siena interveniva in molti altri aspetti della vita d’un calciatore. Lo fa an­che alla Juve?

«Ho portato il mio metodo e il mio metodo è totalizzante: grazie anche alla laurea in scienze motorie, mi piace occuparmi di ali­mentazione, prevenzione, preparazione... Sempre però affidandomi a specialisti: col­laboratori che godono di piena autonomia».

Un suo marchio sono anche gli allenamenti da marine...
«Voglio l’alta intensità e i ritmi elevati che si trovano poi nella partita».

Torniamo al 4-2-4: gli esterni sono fonda­mentali, ma alla Juve, al momento, non ab­bondano...

«C’è grande sintonia con i dirigenti: sappia­mo di cosa ha bisogno la Juve. Preferisco non addentrarmi nelle strategie, ma in fondo ba­sta fare due calcoli...».
L’altra faccia del mercato: il gruppo va sfol­tito per scongiurare problemi di gestione. Ad esempio, non sono troppi sette attaccan­ti?

«Il fatto è che gli attaccanti... non sono sono sette: i calciatori che non rientrano nei piani lo sanno».
Un rinforzo sarà... il nuovo stadio?
«E’ un impianto bellissimo: la società è avan­ti, noi dovremo essere all’altezza».

Un esempio da seguire?
«Me lo auguro: siamo indietro rispetto ad al­tri Paesi, ma il calcio in Italia ha sempre avuto una marcia in più e non mancano né la volontà né il tempo per tornare competi­tivi ».
Scudetto 2006: vuol dirci il suo pensiero?
«Sono perfettamente allineato col presiden­te, trovo che la strada intrapresa sia giusta. Personalmente credo che gli scudetti si vin­cano sul campo: per me la Juve ne ha 29. E spero di aggiungerne altri».
Un aggettivo per ogni nuovo acquisto: Pir­lo?

«Grande. Persino più di quanto m’aspettas­si: un esempio, parte attiva del progetto».
Pazienza e Vucinic?
«Michele è uno tosto, Mirko è geniale».

Vidal?
«Alla prossima intervista: ai aggregherà so­lo a Villar Perosa».

Ziegler?
«Generoso. Ha tanta voglia di apprendere».

Lichtsteiner?
«Svizzero. A tutti gli effetti. Oltre alla pre­cisione, mi ha colpito la fisicità».

Conte?
«Beh, dovrebbero dirlo gli altri. Però un ag­gettivo ce l’ho: juventino».

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